Tutti i dubbi sui progetti di rigenerazione urbana

L’Essenziale, 16 aprile 2022

Messina è fra le città con la più alta emergenza abitativa in Europa. Qui le baracche sono comparse dopo il terremoto del 1908 e da allora sono state più volte ricostruite. Questo, in mancanza di interventi di demolizione e bonifica delle aree abusive, ha alimentato un mercato parallelo informale. 10mila persone (circa 3mila famiglie) abitavano in baracche alla data dell’ultimo censimento Istat, nel 2011. Oggi i nuclei in questa situazione sarebbero la metà. Adesso 99 milioni di euro stanziati grazie al Piano nazionale di ripresa e resilienza potrebbero risolvere definitivamente la questione. Altri fondi, 132 milioni di euro, arriveranno alla citta metropolitana di Messina per la rigenerazione di numerosi edifici e spazi. Infine, la città avrà un nuovo waterfront grazie a un altro stanziamento di 18 milioni di euro.

Il Pnrr rappresenta un’occasione per rigenerare le città con interventi grandi e piccoli, per reinventare aree dismesse, riqualificare edifici, curare piazze, stazioni, parchi e biblioteche. Le voci mirate esplicitamente alla rigenerazione urbana e all’abitare, nella quinta missione del Piano, sono tre, per un totale di 9 miliardi di euro: i Progetti per la qualità dell’abitare (Pinqua), i Piani integrati, e Investimenti in progetti di rigenerazione urbana. Ma di fatto sono molte di più le risorse che, a partire dalle linee tematiche del Piano, atterreranno nelle città. Secondo un’analisi di Openpolis, Comuni e città metropolitane riceveranno complessivamente 28,3 miliardi di euro; secondo altre stime il 60 per cento dei fondi dell’intero Piano di ripresa ricadrà sugli enti locali.

A Brescia il bando Pinqua per l’abitare finanzierà la demolizione di una torre di edilizia residenziale pubblica, la Torre Tintoretto, e la realizzazione di 270 appartamenti di social housing. A Perugia due programmi Pinqua rigenereranno il quartiere Ponte San Giovanni, abitato da 20mila persone, a 7 chilometri dal centro urbano. A Parma la ristrutturazione di un edificio di case popolari costruito nel 1921 è già stata completata. A Udine, nel quartiere San Domenico, otto edifici di case popolari saranno demoliti e sostituiti. I residenti avrebbero appreso dell’operazione tramite raccomandata. Il maggior numero di progetti Pinqua accolti è in Puglia; tra questi quello presentato dal Comune di Bari per rigenerare l’area della stazione centrale. Il progetto, firmato dall’architetto Massimiliano Fuksas, ha ricevuto il finanziamento più cospicuo di tutti: 100 milioni di euro. Il bando Pinqua è stato avviato dal ministero delle Infrastrutture nel 2019 ed è confluito nel Pnrr, così i tempi di presentazione e realizzazione dei progetti sono stati accorciati. Se l’abitare dovrebbe essere il cuore del Pinqua, che mira a incentivare l’edilizia residenziale sociale(ERS), su 281 proposte presentate 36 non coinvolgono superficie residenziale. Secondo un’analisi della CGIL, infatti, “non erano individuati target numerici di raggiungimento per quote, anche minime, di edilizia pubblica o sociale, da inserire nei progetti”. Spesso, come a Brescia, il Pinqua finanzierà la sostituzione della vecchia edilizia residenziale pubblica (ERP), le case popolari, con nuovo housing sociale (ERS), pensato per il ceto medio e gestito da operatori privati. Manca infatti nel Pnrr un investimento specifico che incrementi lo stock abitativo pubblico.

A Ponticelli, Napoli, i fondi Pnrr finanzieranno l’abbattimenti di baracche e la creazione di un eco-quarterie con 104 nuove strutture abitative. Alla Campania sono destinato 486 milioni di euro per progetti Pinqua, mentre la città metropolitana di Napoli è destinataria di 351 euro per i Piani integrati – è la massima cifra di finanziamento di questa linea tra tutte le città metropolitane. Proseguirà dunque il progetto Restart Scampia per l’abbattimento delle Vele e la costruzione di nuovi alloggi. A Venezia, invece, 93,5 milioni del Pnrr finanzierebbero la costruzione di un ‘Bosco dello sport’: uno stadio, un’arena, opere di viabilità in un’area agricola. Non un progetto di rigenerazione urbana, dunque, ma di vera e propria urbanizzazione.

Ci saranno poi una miriade si piccoli interventi, soprattutto a valere sulla terza linea di finanziamento, approvata con un decreto pubblicato il 31 dicembre scorso che assegna 3,4 miliardi di euro per la realizzazione di 1.784 opere, come il waterfront di Messina, in 483 comuni con più di 15mila abitanti. Il 90 percento dei fondi è andato ai comuni del Sud. I comuni del Nord hanno protestato e il governo ha stanziato ulteriori 900 milioni di euro per ammettere i progetti inizialmente esclusi. La legge di bilancio 2022 ha previsto, inoltre, una nuova procedura per i piccoli comuni e un finanziamento dedicato di 300 milioni di euro. A Roma questa linea finanzia nove interventi tra cui la riqualificazione della vegetazione di Villa Ada, un parco in un’area fra le più ricche della capitale, il rifacimento di impianti termici in una scuola e in alcuni edifici di case popolari. Le risorse del Piano di rilancio straordinario dell’economia, insomma, si sostituiscono in parte a quelli per l’ordinaria manutenzione delle città.

“Il termine rigenerazione urbana, ancora troppo vago, si presta a interpretazioni molto diverse e quindi a una difficile sinergia con altri interventi di panificazione” afferma Michele Talia, presidente dell’Istituto nazionale di urbanistica. Potenzialmente quasi tutto passa sotto sotto questa dicitura, spiega. “Le politiche urbanistiche sono spesso criticare per la lentezza; adesso il problema, per tutti gli interventi del Pnrr, è la rapidità con cui dovrebbero essere approvati e attuati”.  Nel 2018 Messina aveva una disponibilità di 237 milioni di euro per acquistare case e svuotare le baracche, fondi residui residui di uno stanziamento del 1990. Per via dei tempi stretti molti dei progetti presentati per il Pnrr sono stati tirati fuori dai cassetti. Quelli che sono nuovi, invece, “devono essere valutati dal punto di vista della fattibilità e dell’attuazione”, afferma Talia. La scadenza imposta dal Pnrr al 2026 ha colto impreparati gli enti locali, svuotati di organico e di capacità progettuale. Non sembra esserci un meccanismo di coordinamento territoriale delle politiche settoriali del Pnrr che atterreranno sulle città: oltre i bandi manca una strategia, una politica nazionale, un ente unico di coordinamento per la rigenerazione urbana. Manca un monitoraggio di programmi ancora in corso, come il Piano Città del 2012, il Bando aree degradate del 2015, il Bando periferie del 2016. I progetti finanziati dal Pnrr saranno gestiti dai comuni, ma manca una legge quadro. La legge urbanistica, la n. 1150, è del 1942. La successiva riforma del titolo V ha frammentato le competenze in materia di urbanistica tra diversi soggetti. “Questo ha contribuito a generare indeterminatezza” afferma Talia. “Stiamo collaborando sulla elaborazione di una legge di principi sul governo del territorio” afferma. Un disegno di legge sulla rigenerazione urbana è da tempo in discussione al Senato. La versione attuale deregolamenta ulteriormente l’urbanistica delegandola a interventi edilizi privati, anche su singoli edifici, che godranno di incentivi pubblici. Ma oltre gli incentivi, il pubblico deve tornare protagonista. Secondo Talia c’è bisogno di più collaborazione tra enti locali e Mims per uscire dalla situazione di vaghezza. “C’è da un lato il bisogno di migliorare il sistema informativo, e dall’altra la necessità di una sperimentazione assista da parte del ministero”. Infine, secondo Talia, c’è la necessità di favorire la diffusione, all’interno della pubblica amministrazione, di conoscenze su temi come quello della transizione ecologica. “Altrimenti si rischia di perdere importanti opportunità”.

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