Ancora in piazza per cambiare la scuola

L’Essenziale, 5 febbraio 2022

Venerdì gli studenti sono scesi di nuovo in piazza in molte città, quaranta secondo la Rete degli Studenti Medi. Contestano il ritorno delle prove scritte all’esame di maturità e l’alternanza scuola-lavoro. Da mesi chiedono alle istituzioni ascolto, dialogo e un cambio di paradigma sulla scuola. “Questo tipo di maturità non tiene conto della nostra preparazione e della situazione psicologica dopo quasi tre anni di didattica a distanza” dice a L’Essenziale Syria Carbone, in piazza a Roma con il movimento delle scuole occupate La Lupa scuole in lotta. Qui il corteo, colorato e rumoroso, è arrivato sotto la sede del ministero dell’Istruzione dietro uno striscione con scritto “È tempo di riscossa”. Il movimento ha indetto un’assemblea nazionale a Roma per il fine settimana. “La morte di Lorenzo ha fatto aprire gli occhi al paese sulla condizione degli studenti e sul ruolo di riforme, come quella sull’alternanza, che mirano a legare sempre di più la scuola alle leggi del mercato. Chiediamo la sospensione dei percorsi di alternanza scuola-lavoro, la retribuzione dei tirocini quando sono necessari e protocolli di sicurezza adeguati” dice a L’Essenziale Flavia Vignanti del liceo Tasso.

A pochi mesi dall’esame, la notizia sulla maturità ha colto di sorpresa studenti e dirigenti scolastici. “Ancora una volta non siamo stati minimamente interpellati” dice a L’Essenziale Tommaso Marcon, dell’Albertelli a Roma, membro dell’organizzazione Opposizione studentesca d’alternativa. Gli studenti parlano di informazione trapelata e diffusa dai giornali prima della pubblicazione dell’ordinanza, senza conferenza stampa o domande. Il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha parlato invece di “progressivo ritorno alla normalità” ma, dice a L’Essenziale Ismaele Calaciura Errante, al quinto anno del liceo Visconti a Roma, “è assurdo non considerare il trauma provocato dalla pandemia e pensare a un ritorno alla normalità quando non è stato fato nulla, soprattutto a livello ministeriale, per recuperare le lacune didattiche generate dalla DAD”.

Il ritorno delle prove scritte è l’ultima goccia. “Siamo saliti sui tetti e l’unica risposta sono state le sospensioni. È morto un ragazzo in alternanza scuola-lavoro e l’unica risposta sono state le manganellate. Adesso si annuncia il ripristino di un esame normale durante una crisi che non è solo sanitaria ma è pedagogica, perché il numero di studenti che ha abbandonato la scuola è raddoppiato: non siamo in una situazione normale” dice Marcon. Gli studenti stanno subendo una restrizione dell’agibilità politica e democratica che parte dal governo. “È gravissimo quello che sta succedendo”.

Le cariche e le nuove occupazioni

Calaciura Errante ha da poco tolto i punti di sutura, quattro, per una manganellata presa in testa domenica 23 gennaio al Pantheon, quando gli studenti sono scesi in piazza a Roma per manifestare la propria rabbia per la morte di Lorenzo Parelli, schiacciato a diciott’anni da una trave nell’ultimo giorno di tirocinio presso un’azienda metalmeccanica il 21 gennaio. Al Pantheon ci sono stati diversi feriti. “La carica è arrivata senza preavviso, quando ci siamo mossi per andare sotto il ministero della pubblica istruzione. Il dispiegamento di polizia era del tutto sproporzionato alla manifestazione, questo ha subito creato tensione” dice Marcon, anche lui ferito. Venerdì 28 febbraio gli studenti sono stati caricati dalla polizia anche a Torino, Napoli e Milano. La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese ha parlato, quasi una settimana dopo, di una reazione delle forze dell’ordine alle provocazioni di “infiltrati”, smentite dai racconti degli studenti e dai video pubblicati in rete. Sono state presentare due interrogazioni parlamentari. Alle cariche sono seguite nuove occupazioni: il liceo Gioberti a Torino, il Laura Bassi a Bologna, il Vittorio Emanuele a Napoli.

 “C’erano dodici camionette e tutte le uscite dalla piazza erano chiuse” racconta a L’Essenziale Alessandro di LaSt laboratori studentesco di Torino. “Non c’è stata alcuna provocazione se non quella di avanzare per parlare con la Digos. Dopo la prima carica ce ne sono state altre, poi siamo rimasti bloccati per tre ore”. Il bilancio è di quaranta feriti secondo Alessandro, tra cui alcuni studenti del Gioberti, occupato in risposta all’atto di repressione, l’ennesimo. Il 15 gennaio a Torino la polizia ha caricato un corteo pacifico di circa duecento cittadini e studenti che manifestavano contro la costruzione di un supermercato in un’area verde e la demolizione del centro culturale Comala al suo interno, dove ha sede un’aula studio molto frequentata.

A Napoli la protesta degli studenti è stata partecipata anche da lavoratori e disoccupati. L’intenzione era lanciare vernice rossa contro la sede dell’Unione degli industriali, dice a L’Essenziale Francesco Ferorelli dell’Unione degli studenti. “C’era tensione perché alcuni poliziotti erano stati sporcati di vernice. Pensavano che volessimo aggirarli per arrivare all’ingresso, così hanno caricato alle spalle i disoccupati e poi, dopo insulti e minacce, hanno caricato la prima fila di studenti”. Ferorelli ha solo un livido sulla spalla. “Non è stata una carica violenta, ma è lo specchio della repressione che stiamo vivendo in questi mesi”. Dopo due anni di presidi, assemblee e confronti con le istituzioni in cui gli studenti vengono “rimbalzati” da un ente all’altro, l’occupazione di scuole è l’ultima carta rimasta loro per farsi sentire. Il ritorno a una normalità imposta e la rimozione del malessere sta provocando tanta rabbia tra gli studenti. “Ci vorrebbe un momento di elaborazione per ripensare la scuola, per cambiare quello che non va” dice a L’Essenziale Simone Bottiglie dell’Unione degli studenti di Milano. Qui la polizia ha caricato due volte come reazione a un lancio di uova, sotto la sede di Assolombarda. “C’è un grande malcontento. Erano dieci anni che non si occupava a Bologna” dice a L’Essenziale Miriam Calcagnile di OSA. L’occupazione del liceo Laura Bassi segue quella del Copernico, a fine gennaio, e del Rosa Luxemburg, a metà dicembre. “Trent’anni di riforme hanno distrutto e tolto fondi alla scuola”. Neanche i fondi del Pnrr, sostiene Calcagnile, sembrano invertire questa tendenza e l’ipotesi di dare competenza legislativa sull’istruzione alle Regioni rischia di acuire i divari.

Le sanzioni disciplinari e il movimento unitario a Roma 

Da ottobre a Roma sono state occupate circa sessanta scuole. Dopo il 17 dicembre, quando sono scesi in piazza tremila studenti, le scuole si sono unite nel movimento La Lupa scuole in lotta, anche per reagire alle sanzioni disciplinari. “Dopo le occupazioni i presidi hanno iniziato a sospendere gli studenti e a imporgli lavori socialmente utili” racconta Calaciura Errante. Il 20 dicembre l’Ufficio scolastico regionale del Lazio, da cui dipendono i progetti di alternanza e la gestione dei fondi per l’edilizia scolastica, ha diffuso una circolare per esortare i presidi a denunciare gli studenti che occupano. “Abbiamo chiesto il ritiro della circolare e un tavolo di confronto permanente, come abbiamo fatto con la prefettura dopo le cariche al liceo Ripetta a ottobre. Il direttore si è detto aperto al dialogo ma non ha ritirato la circolare”.

Christian Morgante è stato sospeso per 16 giorni per l’occupazione dell’istituto Pirelli a Roma. “Al secondo piano funzionava un bagno su cinque per centinaia di ragazze. Grazie all’occupazione siamo riusciti a farli aggiustare”. Morgante, che ha preso cinque in educazione civica, ha proposto di organizzare un corso pomeridiano su Pier Paolo Pasolini come alternativa alla sospensione, inizialmente senza obbligo di frequenza. La proposta è stata rifiutata: deve seguire un corso sulla legalità, la mattina. La prima lezione è su ‘chi vogliamo e non vogliamo essere’, la seconda su ‘libertà, uguaglianza e giustizia’, la terza insegna a ‘distinguere il lecito dall’illecito: giudicare’, la quarta è sulla ‘consapevolezza di sé’. “Ma io so chi voglio essere, e l’ho dimostrato. Voglio essere un cittadino coscienzioso, se qualcosa non va bene voglio cambiarla, se la scuola non funziona è nostro diritto cambiarla, anzi, è nostro dovere”.

Le manifestazioni di questi giorni sono l’ultimo atto di una mobilitazione iniziata un anno fa. “Le prime occupazioni spontanee venivano da un periodo di sciopero contro la situazione di rientro, quando il malessere individuale è diventato protesta politica. La scuola oggi è percepita come un luogo inutile, ha perso la sua funzione di emancipazione. Abbiamo sempre difeso la scuola pubblica, ma adesso sembra che non ci sia niente da difendere” racconta Marcon. Dagli orari scaglionati all’assenza di spazi di socialità, all’edilizia scolastica fatiscente, ai programmi non aggiornati, sono tanti i motivi della protesta. Una protesta che è lo specchio del disinteresse delle istituzioni per la scuola, della rimozione dei problemi, dell’incapacità della classe dirigente di confrontarsi con gli studenti, gli unici che in questi mesi in Italia, insieme agli operai, stanno facendo politica. “In autunno tutti i licei a Roma hanno occupato, quelli del centro ma per la prima volta anche tutti quelli nelle periferie, i tecnici e i professionali, spesso non politicizzati, perché questa volta il problema è sociale, ed è palpabile” dice a L’Essenziale Gabriele Lupo, studente del Ripetta, anche lui ferito in piazza al Pantheon.

Tra lavoro e sfruttamento 

La strategia di normalità imposta viene da una richiesta diretta di Confindustria, afferma Marcon, e tocca studenti e lavoratori. La morte di uno studente in fabbrica è il punto di incontro tra due settori in stretta relazione: “da una parte i nostri genitori vivono una condizione di precarietà, di disoccupazione, di morte, perché ci sono troppe morti sul lavoro; dall’altra noi giovani veniamo abituati, materialmente e ideologicamente, a questo futuro con l’alternanza scuola-lavoro”. Secondo gli studenti c’è bisogno di un cambio di paradigma sul tema della scurezza e nel rapporto tra la scuola e le aziende. Bisogna potenziare i laboratori all’interno della scuola pubblica. Secondo Lupo “il problema non è come viene gestita l’alternanza, il problema è che stanno trasformando la scuola in un’azienda e di certo non ci aspettiamo più tutele: in questo momento il mondo del lavoro non solo è malato, ti uccide”.

Molti dei corsi fatti in alternanza scuola-lavoro sono inutili, dice a L’Essenziale Mattia Maurizi del collettivo del Darwin, l’istituto scientifico e turistico a Roma a cui è iscritto, frequentato da ragazzi che abitano in zone periferiche. “Nella nostra scuola piove nelle aule e le finestre non si aprivano. Grazie all’occupazione sono state riparate”. La scuola è molto grande ma molti spazi sono chiusi e non ci sono laboratori. “Ci sono corsi sulla sicurezza sul lavoro, ci insegnano com’è fatta un’azienda, ma a noi serve parlare con le persone, siamo un turistico, dobbiamo imparare le lingue”. Prima della pandemia la scuola faceva convenzioni con agenzie di viaggio e alberghi dove i ragazzi lavoravano fino a cinque ore al pomeriggio dal lunedì al venerdì. “Conosco ragazzi che passavano pomeriggi a scrivere email per le agenzie. Il loro senso di sfruttamento era fortissimo. Questo modello di alternanza scuola-lavoro sembra mirato a fornire manodopera gratuita alle aziende”. Certo, non tutto si può imparare a scuola, sostiene Maurizi. “Ma i tirocini devono essere retribuiti. Non è giusto che siano gratuiti, perché è tosto per uno studente lavorare, e farlo gratis. Il lavoro ti ruba il tempo, e sei ancora un ragazzo”. 

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